Racconto della settima edizione del concorso Nazionale “Quirino Maggiore” di Narrativa, Poesia e Fotografia in Nefrologia, Dialisi e Trapianto.
Mbaye Ndoye, 1º classificato sezione narrativa, categoria pazienti.
Mbaye lo sapeva bene, cosa significa quando il corpo tradisce.
Era arrivato in Italia nel 2000 con le ginocchia forti e un nome inciso in una bacheca di legno a Dakar, Senegal: medaglia d’oro nei 400 metri ai Campionati dell’Africa Occidentale. A Varese aveva trovato una fabbrica, turni lunghi, capannoni freddi d’inverno
e torridi d’estate, il rumore dei macchinari che ti entrava nelle ossa e ci restava. Si era adattato, imparando la fatica di chi costruisce qualcosa in una terra che non è la sua.
Poi, nel 2010, le analisi del sangue avevano cominciato a raccontare un’altra storia.
La dialisi è un tempo sospeso. Tre volte a settimana, quattro ore sulla poltrona, l’ago nel braccio. Mbaye guardava il soffitto del
centro dialisi di Varese e pensava al mare di notte a Dakar, alla polvere rossa dei campi di atletica. Dentro di lui cresceva una vergogna silenziosa che non riusciva a spiegare nemmeno a se stesso. “Ero un atleta”. Come se la malattia fosse una resa – del corpo,
del carattere, di tutto. Ogni seduta di dialisi sembrava ricordargli ciò che aveva perso più di ciò che gli restava.
Il primo trapianto arrivò nel 2016. Una telefonata alle tre di notte, un taxi, un ospedale. Mbaye aveva pianto in macchina – non di paura, ma di gratitudine verso qualcuno che non avrebbe mai potuto ringraziare. Qualcuno che era morto affinché lui potesse
continuare. Due anni buoni.
Poi il rigetto.
Tornò in dialisi nel 2019. La poltrona era più pesante, il silenzio più fitto. Aveva già visto la luce – sapeva com’era. Ma questa volta, alla sua destra, c’era Gianni.
Gianni aveva settantadue anni e non stava mai zitto. Cinque anni di dialisi, due infarti, la moglie persa, e una certezza granitica: qui dentro ho trovato una seconda famiglia. Un giorno tirò fuori un volantino dalla tasca del giaccone.
– Hai sentito dei Giochi ANED? Quelli di Milano?
Mbaye scosse la testa.
– Gare, sport, per noi. Dializzati, trapiantati. L’anno scorso mi sono classificato terzo nel tiro della palla. – Pausa. – Ammetti che non te l’aspettavi.
Mbaye non se lo aspettava.
Il secondo trapianto arrivò nel 2021. E questa volta tenne.
Due anni dopo, con i valori stabili e il sorriso tranquillo del nefrologo, Mbaye si iscrisse ai Giochi ANED di Milano. Non sapeva cosa aspettarsi. Trovò un campo di atletica e soprattutto persone – con la fistola sul braccio come lui, con le cicatrici come lui, con
quella stanchezza negli occhi che solo chi ha vissuto certi anni riesce a riconoscere.
Un ragazzo di vent’anni, trapiantato di cuore, gli si sedette accanto. Indicò il proprio braccio e poi quello di Mbaye.
– Anche io.
Non servì altro. Lì esisteva una lingua senza parole: fatta di ospedali, attese, corpi segnati. Mbaye guardò intorno: la signora di Palermo che rideva dopo ogni gara, Gianni che parlava con tutti.
Nessuno era solo la propria malattia. Erano qualcosa di più. Persone che non si conoscevano il giorno prima e adesso si incitavano
al traguardo come se si volessero bene da sempre. Il gene poteva ammalare un organo. La sofferenza poteva piegare un’esistenza. Eppure c’era qualcosa che continuava a resistere: la capacità degli esseri umani di riconoscersi gli uni negli altri. Per la prima volta da anni, Mbaye sentì di appartenere a qualcosa.
Sulla pista, quel giorno, non corse per vincere. Corse perché le gambe si ricordavano ancora come si fa. Corse perché in mezzo c’erano quegli otto secondi – dieci, dodici, non importava – in cui il corpo smetteva di essere una storia di malattia e tornava a
essere semplicemente un corpo in movimento sotto il sole. Arrivò secondo. Una medaglia con un nastro azzurro.
La tenne in mano e pensò che in tutta la sua vita – in pista, in fabbrica, sulla poltrona della dialisi – la cosa più difficile non era mai stata correre. Era stata lasciare che gli altri stessero vicini.
Qui, finalmente, ci era riuscito.
Grazie, disse sottovoce. A Gianni, alla signora di Palermo, al donatore sconosciuto. A tutta quella strana, preziosa umanità che lo aveva tenuto in piedi.
Il corpo aveva continuato a ricordargli la malattia. L’umanità gli aveva insegnato a sopportarla, trasformandola in gratitudine, appartenenza, speranza.
Mbaye non aveva mai smesso di correre. Aveva solo trovato, dopo anni, qualcuno con cui farlo.