Tutto accade per una ragione: la nostra

Opera della sesta edizione del concorso Nazionale “Quirino Maggiore” di Narrativa, Poesia e Fotografia in Nefrologia, Dialisi e Trapianto.

Opera di Martina Rosi, 3ª classificata, sezione narrativa, categoria familiare


Tutto accade per una ragione, dicono. Io credo che sia la nostra mente che ha bisogno di trovare un motivo, una ragione, specialmente di fronte al dolore. Serve a crescere, a diventare più forti, ad acquisire consapevolezza del valore della vita, dei momenti, dell’inesorabilità del tempo. O forse non serve a nulla, è solo una giustificazione, uno stratagemma, un gioco della nostra mente, per andare avanti e provare a sopravvivere, a salvarsi, a migliorare – se vogliamo. Se lo sarà chiesto mio padre, che a 27 anni ha avuto la sentenza di una malattia per la vita: l’insufficienza renale cronica. Se lo sarà chiesto mia madre, a 24 anni, nel fiore della giovinezza e della bellezza. Perché invece di potersi godere gli attimi, sei costretto a visite infinite, ad andare all’ospedale, a sdraiarti su un letto, ad accompagnare il tuo amore e a condividere l’angoscia, il terrore, il male, quando vorresti invece correre verso la vita? Me lo sono chiesta io, da bambina, quando vedevo i miei compagni non sapere nulla di malattie, io che invece ci sono nata con un papà malato.

– Nonno, ma il papà morirà?

Ricordo ancora la domanda al nonno Vittorio, a 8 anni e lui che, nascondendo la sua paura, mi tranquillizzava. Aveva ragione, il secondo trapianto di mio padre a Roma, andò bene. Non come il primo, quando sono nata io.

– Mamma, ma il papà ha assistito al parto?

Questa un’altra domanda, che le avrei fatto solo qualche anno fa.

– No amore, il papà, mentre nascevi, rischiava di morire in un’altra stanza.

Di domande me ne sono fatte altre nel corso degli anni, a volte provando a inventare risposte, con la fantasia di quella bambina che doveva crescere in fretta e fare i conti con il male fin da subito e che forse non ha mai conosciuto la vera spensieratezza. Nata fragile come un fiore di campo e che ha dovuto costruirsi subito una corazza. La vita è andata avanti, dopo il secondo trapianto andato bene, gli anni sono scorsi, intensi e veloci. Le corse in auto la mattina, le partite di pallavolo, le serate in discoteca, con mio padre che mi aspettava fuori all’uscita, a differenza di tanti altri genitori che se ne fregavano, luiai sempre presente. Mi accompagnava perfino a Roma dal mio primo fidanzato. Un padre silenzioso, a volte nervoso – c’è da capirlo – a volte sorridente e allegro. Ma c’era, nonostante tutto. Con gli anni sono cresciuta e ben presto ho dovuto fare i conti con un’altra realtà: la depressione. Chissà se nel grembo di mia madre abbia assorbito il dolore, la sensibilità, l’angoscia e ci sia stata una strana forma di correlazione. Non lo sapremo mai, forse. La depressione è una malattia subdola, non si vede se non la manifesti, molte persone faranno fatica a crederti. E io, arrivata al limite, sono scoppiata. Nella mia mente, un caos di pensieri ingovernabili, dentro e intorno a me solo buio. Non volevo più vedere la luce, mi ricordava le cose belle che non avevo più. Come diceva Giorgio Faletti: nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male. E così noi tre, io, mia madre e mio padre, abbiamo dovuto accogliere, per forza di cose, degli ospiti inquietanti e inattesi. Solo due possibili alternative: o soccombere o provare a ribaltare le situazioni. Abbiamo scelto la seconda strada e abbiamo capito che non era più tempo di tante domande, tanto avrebbero trovato poche risposte, se non quelle della fantasia. È tempo di azione, mia madre ha deciso: donerà un suo rene a mio padre. Il mondo che mi casca addosso, il terzo trapianto, non solo la paura di perdere mio padre, ma anche mia madre, il mio punto di riferimento, la prima e unica persona che chiamo quando ho un problema o per chiederle un consiglio o per raccontarle una cosa bella. L’unica persona in grado di rassicurarmi e tranquillizzarmi. Devo accettare la sua scelta. Ma il destino è beffardo. Io ho accettato la scelta di mamma, e lui decide che non sono più compatibili. Così ora sono in un’altalena di emozioni, tra speranza e sensi di colpa, tra fiducia e paura. Ma poi, anche il destino si piega alla nostra forza, e il miracolo avviene: papà torna libero, e mamma è diventata un faro per tutti noi, grazie alla sua tenacia, che non l’ha fatta desistere. Ed io sono diventata la figlia della coppia italiana del primo crossover internazionale a tre coppie, coraggiosa a mia volta, ma soprattutto orgogliosa, infinitamente grata alla vita. Chissà se un giorno troverò anche io un uomo, un amore così grande da essere disposta a tutto, come lei. E allora ritorna la ricerca di quel motivo, che forse non esiste, ma è essenziale per noi. Troviamo un motivo per andare avanti, aggrappiamoci ai rimpianti, alla volontà, ai desideri, ai nostri sogni, all’immagine di noi felice, anche se ci sembrerà spesso distante e impossibile da raggiungere. Cerchiamo la luce, anche in mezzo al dolore, alle sentenze, alla malinconia. Ci accorgeremo che siamo in grado di mettere un piede dietro l’altro, anche quando le gambe tremeranno. Non sarà quello che sognavamo da bambini, sarà diverso, ma non possiamo cambiare le cose. Un giorno scopriremo che non tutto ha e deve avere una ragione, è così e basta. Dovremo solo imparare a scovare ilmeglio, i lati belli, imparare a vivere gli attimi con quanta più intensità possibile, sforzarci di dimenticarci per qualche istante il male, goderci i momenti. Noi meritiamo la luce, la gioia e la pace, anche nel mezzo delle tempeste. Come un tango, un passo a due eterno tra la vita e la morte, il bene e il male, tra la luce e il buio, in cui senza l’uno non avrebbe senso di esistere l’altro.

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