Racconto della sesta edizione del concorso Nazionale “Quirino Maggiore” di Narrativa, Poesia e Fotografia in Nefrologia, Dialisi e Trapianto.
Opera di Stefano Burlando, 5º classificato, sezione narrativa, categoria operatore
Quando viene comunicata ad una persona che, per due anni ha cercato di ritardare il più possibile la propria insufficienza renale, la notizia è a dir poco devastante. La diuresi nei due anni prima era conservata, la creatinina era un valore che faceva capolino ogni giorno, al mattino al risveglio, al pomeriggio durante il lavoro o le attività quotidiane, alla sera in notti insonni trascorse a pensare e ripensare ad un suo aumento, o sperare ad una sua pur piccola regressione.
Arriva poi il momento in cui ti viene data la cattiva notizia, alla quale io ero già praticamente pronto, in quella fase di rassegnazione prematura; ero pronto ad iniziare una nuova vita, dove la libertà di Stefano veniva a meno. Nel caso non avessi provato a riaverla io non sarei qui a scrivere i miei pensieri, per una tesi di laurea alla quale ho da sempre creduto e che, nella mia attività Universitaria, prima o poi avrei realizzato.
La mia libertà persa era legata a tante cose; diventai un ragioniere di me stesso, dove l’acqua giornaliera non doveva superare i 500ml; ed ecco che iniziano le strategie estive, dove trovare il miglior metodo per sudare poteva permetterti quel mezzo bicchiere di acqua in più, così da non arrivare alla seduta dialitica con troppo peso, evitando ipotensioni, lunghezza nel trattamento e aumento della propria depressione. Quando vedevo persone che bevevano per strada, senza problemi, provavo una emozione negativa, da farmi girare la testa in senso opposto. Guardare una fontana, con tutto quel prezioso liquido che continuava a sgorgare, fresco, abbandonato, mi dava la voglia di tuffarmi dentro ma non potevo.
Nella sera del Capodanno 2008 ero in cucina con mia sorella Annalaura; stavamo per uscire, per festeggiare una serata da lei, per quello che si poteva festeggiare, almeno dal punto di vista alimentare, anche se quella sera avrei fatto una piccola eccezione. Improvvisamente squillò un telefono cellulare, dal suono strano, mai ascoltato. “Annalaura, ma che brutta suoneria…la hai cambiata? È il tuo?”
“No, sarà il tuo…” Silenzio. Quattro secondi di stupore.
In un lampo ricordai di avere acquistato dall’inizio della dialisi una SIM nuova, inserita all’interno di un cellulare di “quelli vecchi”, così che, nel caso di chiamata per trapianto, sarei rimasto sorpreso, come quella sera. Prova a pensare se lo stesso numero di telefono, conosciuto da centinaia di persone amiche, familiari e conoscenti, fosse stato dato anche al Centro Trapianti in attesa della tanto sperata chiamata? Ripeto ancora, perché ringrazio per avere fatto questo…prova a pensare se avessi lasciato anche ai Colleghi del Centro trapianti il mio 348…. sarei impazzito di false speranze ad ogni chiamata giornaliera di amici, parenti, sconosciuti.
Questa cosa te la consiglio veramente. Non lasciare il tuo cellulare personale a chi potrebbe ridarti la vita, lascia una sim nuova, mettila in un telefono vecchio, caricalo sempre e portalo con te, sempre, come se fosse il tuo portafortuna. Deve diventare però come il mazzo di chiavi della tua casa, come quando stai per uscire e con un gesto rapido infili le mani nelle tasche o all’interno di una borsa per verificare di non averle dimenticate prima di chiudere la porta. Pensa se non le hai, non puoi entrare nel tuo nuovo mondo, perché chiudere la porta per una dimenticanza? Pensa se lo lasci da qualche parte, scarico, potresti perdere la tua nuova vita. Ma vedrai che la familiarità diventerà tale da amarlo, guardarlo per un secondo con amore, dare una occhiata alle tacche se carico e metterlo con te, nel tuo cuore. Ah, sante abitudini, aggiungendo un binario nuovo nei tuoi comportamenti.
“Buonasera Stefano, vuole venire a trascorrere il Capodanno da noi?” Credevo fosse uno scherzo ma era la verità. “Certamente, arrivo subito!!” con il mio spirito di sempre, la speranza abbandonata era diventata realtà.
Piangevo dalla gioia… cercando lo zaino già pronto, chiuso in un armadio, verificando in uno “ziiiiip” rapido della sua cerniera se tutto fosse in ordine, andando in cucina per prendere un bicchier d’acqua e fermandomi prima di bere, pensando un istante dopo che avrei questa volta potuto farlo. La bocca era secca ma gli occhi erano lucidi, bevevo anche le lacrime, non sapevano di potassio ma di un sapore zuccherino fantastico. Presi due bicchieri colmi e li bevetti in un secondo, mentre Annalaura chiamava un taxi e io respiravo forte. Ma il taxi non arrivava e allora la paura aumentava, pensavo che nel frattempo qualcuno mi portasse via il dono tanto atteso, razionalizzando però il fatto che non sarebbe mai successo, riguardando ancora una volta nella cronologia se il numero ricevuto fosse il solo memorizzato, l’ora della chiamata, ma il taxi non arrivava, allora nella attesa bevendo ancora acqua; al massimo questa volta avrei portato più di due chili. Più mi avvicinavo al San Martino più pensavo alla mia nuova vita, alla visione di fontane dove l’acqua si poteva bere, dove il potassio non era più in tabu, dove il mio braccio sinistro non sarebbe più stato bucato, dove la voglia di mangiare quello che volevo diventava realtà, dove volevo riprendere il mio lavoro totalmente.
Esiste la possibilità solamente per chi ci crede. Chi continua a sperare, pensando in un futuro radioso, deve crederci. Ma per farlo i miei 50 mesi sono stati un sacrificio, ripagato.
E non smetterò mai di ringraziare la persona che, morendo, ha donato il suo Rene, il suo prezioso Rene, che mi ha permesso di tornare a vivere. Non saprò mai il suo nome ma per me è una Sorella acquisita. Ancora adesso che scrivo, mi emoziono, piango e la ringrazio, con una mano sulla destra, dove il nostro prezioso Rene vive ancora.