Narrativa della sesta edizione del concorso Nazionale “Quirino Maggiore” di Narrativa, Poesia e Fotografia in Nefrologia, Dialisi e Trapianto.
Opera di Alessandro Leveque, 2º° classificato, sezione narrativa, categoria operatore
Mi trovo legato in questo letto come il Cristo sulla croce. I miei chiodi si chiamano aghi da fistola e mi infliggono tormenti per quattro lunghe, interminabili ore. Nulla mi è di conforto: leggere i salmi, ascoltare le questioni esistenziali di qualche operatore sanitario — “Dove andare in ferie?” — o la televisione che urla amori patetici e violenze interpretate da criminologi opinionisti.
I medici e gli infermieri sembrano non comprendere il nostro calvario. Ci parlano di potassio, di fosforo, di peso, di equilibri da perseguire… Ma cosa ne sanno del dolore? Della speranza che si affievolisce? Delle tentazioni del Mefisto che ti esorta a farla finita, a gettare la spugna, a terminare il calvario? Quante vite ho accompagnato alla morte, quante figlie, mogli, genitori ho confortato spiegando il disegno divino. Da prete, ci credo. Da uomo, vacillo.
«Elì, El, lemà sabactàni?»
«Che Dio vi benedica. Come va, prete mio?»
Il medico, quello grande, ha preso a salutarmi ogni mattina così. Ed io rispondo come in un rosario:
«Sarà vero?»
Sedevo in silenzio nella penombra della sagrestia. La tonaca – non mi piacciono i preti troppo sportivi —, un tempo indossata con vigore, ora mi pesava sulle spalle come un mantello di lana bagnata. Non era il peso del tessuto, ma quello della stanchezza che la malattia mi imponeva ogni giorno, strato dopo strato, respiro dopo respiro.
Avevo scoperto di essere malato in una mattina qualunque, durante una visita di routine. I reni, silenziosi custodi del corpo, avevano cominciato a cedere, consumati velocemente ma senza clamore, come si conviene a un uomo di fede.
All’inizio ero rimasto in silenzio. Non credevo si parlasse di me, ma del mio avatar. Avevo sorriso al medico — quello che ora impartisce benedizioni – con calma disarmante, come si sorride a un parrocchiano che ha appena perso la fede.
Nel tragitto verso la canonica, da solo, avevo pianto. Pianto come non avevo pianto mai, con la testa china sul volante e le mani strette al rosario.
«Signore… perché adesso? Perché così?»
Ogni giorno, tra una messa e una visita in ospedale, sono costretto a confrontarmi con la mia fragilità. lo, che per anni avevo consolato, avevo pronunciato parole di forza e speranza ai piedi di letti testimoni di stigmate laiche,
umidi di lacrime, testimoni di vite che si spegnevano, ora mi trovavo a dubitare del mio corpo e, a tratti, della mia stessa voce.
La mia preghiera aveva cambiato tono. Non era più supplica per gli altri, ma domanda senza risposta. Non chiedevo miracoli:
chiedevo solo di essere piccolo
Eppure, tra aghi, analisi e attese, iniziai a vedere la Grazia. Nelle mani gentili degli infermieri, negli sguardi silenziosi dei compagni di malattia, nel sorriso stanco ma luminoso della mia comunità, così inspiegabilmente prossima.
Scoprii una comunione nuova, fatta non di sacramenti ma di umanità pura, spoglia, dolente. Non ero più il sacerdote che guida, ma l’uomo che cammina accanto.
E forse proprio li, nel dolore condiviso, avevo ritrovato il volto più autentico di Dio.
La paura non era sparita. Continuavo a svegliarmi di notte, col fiato corto e l’ombra del dubbio ai piedi del letto. Imparai a lasciarle spazio, come si lascia spazio a un vecchio amico che bussa alla porta senza preavviso. Non la cacciavo più. La ascoltavo.
E la mattina mi alzavo, mi pesavo, mi vestivo, mi guardavo allo specchio e sorridevo appena a quelli che erano i mutamenti del mio corpo, in un terreno sentimento narcisistico.
Ogni giorno, anche il più fragile, portava con sé un frammento di eternità
Nel mio breviario, accanto a un bugiardino usato come segnalibro, avevo scritto:
“Non chiedo di guarire, ma di capire come vivere così, senza smettere di amare.” Ma spesso, troppo spesso:
«Elì, Eli, lemà sabactàni?»
«Che Dio vi benedica. Come va, prete mio?»
Ed io:
Sarà vero?