Ed eccoci di nuovo. Luci davanti agli occhi che sembrano soli, un forte senso di stordimento, la respirazione è gradevole, anzi si percepisce un lieve retrogusto di fresco carico di energia. Il letto è comodo, e dopo un poco i soli infuocati dell’universo, iniziano a emanare una luce più gradevole, in fin dei conti non è così sgradevole questa luce e anzi, l’atmosfera che si respira è rilassata. Si direbbe un ambiente da birreria dove ti senti comodo con i tuoi amici e sei in confidenza con l’oste, la musica ti piace e no è molto alta. La situazione non è poi così male, ma tutta questa rilassatezza porta poi a svegliarsi e non ricordarsi a quale ora sei andato a letto, in che stato di coscienza ci sei arrivato e la cosa più importante è quella di capire in quale letto ti trovi. Gabu non riusciva a ricordarsi a quale cavolo di festa era andato la sera prima. Certo, si ricordava di musica ad alto volume, facce simpatiche e battute divertenti, ma non si ricordava di avere bevuto e neanche fumato qualche sigaretta custom. Anzi adesso che ci pensava gli pareva che non fosse ne un bevitore ne un fumatore; vi c’era un particolare strano nei suoi ricordi che piano si faceva strada attraverso gli stretti corridoi della sua mente e si stava affacciando al balcone della consapevolezza, disegnando sul volto di Gabu un sorriso da ebete con la bocca spalancata, dalla quale uscì più o meno articolato:
- Ah già!-
Quello che c’era di strano è che tutte le facce che piano piano gli si facevano contro in quel suo film personale e che generavano espressioni facciali di pessimo gusto, avevano tutte quante una strana angolatura: il piano ortogonale era ruotato di 90°. E tutti avevano indosso una, una bandana?
- Eh eh he!-
Al manifestarsi di quel ricordo Gabu finalmente ricordò che molto probabilmente il giorno o la sera precedente a quel momento era entrato in sala operatoria per sottoporsi alla operazione che avrebbe risolto i suoi problemi di salute. Il trapianto renale infatti, era l’unica e l’ultima terapia che poteva ridare una vita normale a Gabu.
- Sono arrivato di pomeriggio in auto con il mio babbo e mia madre, a tutta velocità siamo arrivati all’ospedale. Siamo entrati poi in reparto e subito mi hanno chiesto chi fossi e quando ho risposto tutti si sono dati da fare. Un infermiere mi ha preso e portato in una stanza dove ero atteso da altri infermieri e un medico, una veloce presentazione e via vestiti, e meno male che il mio senso del pudore è rimasto all’età di un bambino.-
Un tempo Gabu doveva partire per fare delle gare, e poi subito in Galles a studiare con una borsa dell’università ed era stato fermato, arrestato, bloccato. I medici avevano impedito quella corsa senza freni e con molte destinazioni che un ragazzo di venti anni intravede come fossero già raggiunti. La corsa era finita un giorno a Pisa in uno studio nefrologico, davanti a una dottoressa che si chiamava come lui, bionda e un po’ burbera ma si capiva essere preoccupata. In un attimo il mondo si fermò come un treno senza energia, in attesa di essere rifornito. Ci furono molti medici, moltissime analisi, alcuni ospedali e varie cure, poi la dialisi. Per due anni e mezzo un giorno sì ed uno no Gabu si sottoponeva alle sedute di dialisi per tre ore, tre ore e mezza alla volta. Ogni tanto a fine seduta sveniva ma a Gabu piaceva svenire perché il risveglio che ne segue è meraviglioso, e in quelle occasioni non riusciva a non ridere con lo stupore degli infermieri, i quali capirono presto di avere a che fare con un individuo un’pò “strano”. Quegli infermieri divennero poi amici e complici nell’architettare scherzi ad altri dializzati e infermieri. Per due anni e passa Gabu si portò appresso il mitico “teledrin”, i telefonini non esistevano, e quel curioso strumento di comunicazione era in contato diretto con i vari ospedali e familiari che avrebbero potuto in qualsiasi momento contattarlo per dargli la fatidica notizia. Il teledrin non aveva mai suonato e quando finalmente suonò Gabu non lo aveva con se, si era separato da quello strumento per andare a fare la spesa. Riuscirono lo stesso a contattarlo e poi tutto diventò veloce. Da solo andò all’ospedale di Livorno, dove si sottopose a tutti gli esami di rito compresa una ulteriore seduta di dialisi, poi suo padre lo prelevò e insieme a sua madre andarono all’ospedale di cisanello dove sarebbe stato sottoposto ad un trapianto di rene.
-Mi hanno dato una di quelle vesti come si vedono nei film americani, di un color celestino-cielo-triste-dopo-la-poggia, con l’apertura sulle spalle e lungo la schiena. Poi l’infermiere mi ha preso e portato in bagno con un rasoio usa e getta, e lì mi sono preoccupato. Facendomi accomodare, mi ha detto che stava per rasarmi sul pube dove avrebbero fatto la cicatrice. Avrei sicuramente preferito le morbide mani di una qualche dolce infermiera che quelle di quel rude infermiere, simpatico ma rude; mi ha rasato senza neanche un’ po’ di schiuma da barba o che so io! Dopo questo trauma e con il pube che somigliava a un incrocio tra un campo minato esploso e una cosica di pollo prima della cottura, mi hanno posteggiato su di un lettino. Poi è riapparso il medico che guardandomi e leggendo la mia cartella clinica ha recitato le sue formule cripiche all’infermiera di turno che sembrava aver capito il da farsi. Due minuti dopo infatti, questa era lestissima a bucarmi il braccio sinistro con una cannula, per poi collegarla a una flebo contenete una dose di antibiotiti o cortisone che avrebbe reso immune da ogni malattia per i prossimi duemila anni un allevamento di mucche chianine della maremma! Come se non bastasse la suddetta infermiera sadica mi ha silurato con una dose di preanestesia, dopo di che mi sono compiacevolmente sdraiato sul lettino.-
Tra coscienza e sogno Gabu viene portato in una sala sterile, messo su di un altro lettino e posteggiato in una saletta con un altro lettino, occupato da una anziana signora. L’infermiere lasciò in quella posizione Gabu e gli raccomandò di stare tranquillo. Dopo pochi minuti si udirono grosse flautolenze provenire dal nobile didietro della signora, che contemporaneamente emetteva quei rumori a un ritmo impressionante e russava come un trattore degli anni trenta. Arriva un medico, un chirurgo per la precisione, che interloquisce con Gabu e con sua somma sorpresa gli chiede dove preferisse il rene.
-Destra! Ma mi raccomando dottore, mi faccia una cicatrice come si deve eh! . . . se in futuro vado con una ragazza non posso fare una brutta figura.
Il chirurgo si mise a ridere e disse che avrebbe fatto del suo meglio. Dopo altri pochi minuti per Gabu ma dopo ore nel corso del tempo reale, arrivò un altro lettino, con un paziente, questa volta cosciente. Era un signore di mezza età calvo con i capelli appiccicati ai lati della testa, carnagione scura. Improvvisamente il signore si gira verso Gabu e con una voce profonda e potente domanda.
-Ci credi in Dio?
Evidentemente sulla faccia di Gabu si dipinse un’espressione di stupore e meraviglia, e l’uomo continuò
-Io sono un chimico, ho studiato la sindone e non si può non dedurre che il volto lasciato su quel telo non può essere un processo naturale, perché le distanze e i riferimenti di un volto umano avrebbero lasciato segni diversi . . bla bla bla
Gabu no fece in tempo a riflettere su quella strana situazione che un infermiere lo prese e lo portò in sala operatoria. In quell’ambiente regnava un baccano incredibile, vi era una musica da discoteca a tutto volume, i medici e tutti gli altri operatori avevano dei curiosi copricapo colorati, tutti sorridevano. Un medico prese il braccio sinistro di Gabu e gli comunicò che era l’anestesista e che avrebbe cercato un’arteria; prese così un ago lunghissimo e iniziò a esplorare il braccio. Gabu non aveva paura anzi era interessato a quella ricerca e un dubbio improvviso quanto naturale gli affiorò alla mente: e se l’anestesia non avrebbe funzionato? Il sangue che esce a pressione, come una fontana a getti, l’arteria era stata trovata- Vennero poi altri medici che immobilizzarono Gabu e gli dissero che tutto sarebbe andato bene, il tavolo operatorio era freddo e duro, la musica alta, una voce dice di contare fino a dieci.
-Uno, . . duue, . . . . trr
La luce si riduce a una sottile fessura, poi buio e come risucchiato all’indietro Gabu sprofonda in un sonno innaturale.
Ossigeno, quel sapore di fresco energetico che pervadeva il naso di Gabu era ossigeno. I soli erano luci sul soffitto e lui si trovava steso su di un letto, un piccolo letto, aveva un dito imprigionato in una specie di “molletta” per il bucato che prontamente si sfilò dal dito. Contemporaneamente si levò un lieve ma deciso fischio, proveniente da qualche parte in quello strano mondo, dopo pochi secondi ecco arrivare un’infermiera tutta preoccupata che, sincerandosi della situazione ammonì Gabu a non sfilarsi quella molletta.
-Ecco è venuta l’infermiera, mi ha brontolato e io non sono riuscito a dirgli che ho la maglietta tutta umida e sporca. E adesso è andata via! Non riesco a parlare con la velocità che vorrei, mi sento intorpidito, i pensieri sembra viaggino veloci, ma non escono dalla mia bocca. Adesso mi tolgo la moletta . .
-Bè! Ti avevo detto che no puoi toglierti questo sensore, altrimenti sembra che tu sia morto!!
-Ma io . . . sporco la maglietta . .umido.. .
-Infatti, appena sei uscito dalla sala operatoria hai iniziato a vomitare e saltare sul letto e dire come erano belle le onde, e adesso ti sei sporcato ancora. Mica sei un surfista per caso?
L’infermiera prese a pulire l’indisciplinato paziente, poi arrivò il chirurgo che comunicò a Gabu che il rene era partito bene, stava filtrando benissimo e che tutto andava per il meglio. Prescisse una dose di antidolorifici e Gabu si addormentò cullato dai propri sogni spensierati.
Passarono i giorni e Gabu trasportato in una normale camera d’ospedale asettica, continuava il lungo recupero, mangiava bistecche e immunosoppressori, riceveva le visite degli amici e ad ogni suo risveglio salutava Patrizia, che era sempre lì, Gabu era felice. Dopo un mese e mezzo Gabu era fuori dagli ospedali e iniziava la sua nuova avventura nel mondo, la possibilità di un’altra possibilità lo riempiva di gioia e le sue attività esplosero come le piante del deserto fioriscono dopo un insperata quanto miracolosa pioggia. Riprese a studiare e successivamente si laureò in biologia, continuò a fare sport. Il nuoto lo portò poi con la nazionale trapiantati a gareggiare in Gippone, Francia, Canada. Ci furono molte medaglie mondiali e persino una d’oro e moltissime medaglie a livello nazionale. Tutto questo fu possibile grazie a una persona speciale di nome Franca che con il suo fare burbero e autocratico si prefiggeva di far tornare alla vita sia i dializzati che i trapiantati, portando nel mondo quella voglia di vivere incontenibile che tutti quelli nati due volte hanno naturalmente. Caso a parte era Gabu che forse ingenuamente, forse inconsapevolmente si gettò con entusiasmo in ogni avventura gli capitasse. Oltre al nuoto, si cimentò nel teatro, con molti spettacoli al suo attivo, fece da comparsa, e anche una piccola parte d’attore in alcuni film. La voglia di vivere di Gabu nonostante siano passati ormai dodici anni dal trapianto, non si è affievolita anzi cerca sempre di mettersi al centro dell’attenzione e non nasconde mai la sua natura di trapiantato e fa di tutto per comunicare al mondo che cosa significa la possibilità di essere trapiantato per una persona.
Gabriele Marrucci
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